venerdì 6 maggio 2011

Tutto è relativo



Cara Cri
la sera è stranamente quieta dopo una giornata di ordinaria confusione. I bambini sono addormentati e come di consueto, passo da uno all’altro per rimboccare le coperte e ammirarli in questo stato, quasi innaturale, di calma e compostezza.
Mi soffermo sempre più a lungo di fronte al letto di Robbie, perché ha l’abitudine di costruire ingegnosissime opere architettoniche per riporre i suoi animali di peluche per la notte.  Tutte le scatole che riesce a raccattare prima di andare a dormire, da quelle che in genere contengono i suoi giochi e che vengono svuotate alla rinfusa sul pavimento, a quelle grandi di cartone conservate appositamente dal trasloco,  fino alle scatolette dei cereali o della pasta, sono disposte meticolosamente tra le lenzuola e incastrate in torri altissime e un po’ precarie.
Sono i giacigli per i suoi compagni notturni.
C’è talmente poco spazio per lui in questo suo slancio di edificazione che lo trovo sempre contorto in posizioni complicate, col corpo schiacciato contro il muro, una gamba sospesa a ponte su un serpente e l’altra a mo’ di copertina su un elefante. A volte, nonostante l’afa, mi chiede anche di pinzare il lenzuolo sulla barra anteriore del letto per rifugiarsi sotto la tenda con il suo circo. Lo ritrovo più tardi tutto sudato sotto una coltre di orsetti pelosi.
Robbie, a dispetto delle fobie di sua madre, nutre una passione sviscerata per il mondo animale. Mentre io mi affanno per annientare il mio nemico insidioso, le minuscole formiche bianche con le tenaglie, lui esce ogni giorno con una scatola di IKEA trasparente, così ingombrante da aver bisogno di due mani per trasportarla. Il playground è collocato ai bordi di un laghetto dove il mondo naturale abbonda di vita ed esemplari, ai suoi occhi, interessantissimi: girini, pesci, tartarughe, rane e insetti di ogni specie. Robbie spera sempre di tornare vittorioso e perlustra il terreno in lungo e in largo con occhio scrupoloso.
In queste esplorazioni è spesso accompagnato da un bambino di madre cinese-singaporiana e padre, credo, americano. E’ un bambino simpatico con un accento marcato singaporiano nella parlata, un inglese frammisto di espressioni cinesi, come l’enfatico ‘laaaaaaaaa’ aggiunto alla fine di ogni frase – una sorta di ‘dai, su’ esortativo – e le parole troncate a singhiozzo che lasciano l’impressione di una lingua acquisita, non naturale, anche se ormai diventata idioma ufficiale.
Quando Robbie va al playground, ripete questi suoni come se li conoscesse da sempre, spinto da un istinto di integrazione sociale senza sforzi o pretese. Mi sono accorta che l’inserimento in un gruppo, almeno per i bambini, avviene a partire dall’udito e non dalla vista, perché le differenze di abiti e pelle passano del tutto inosservate, mentre la pronuncia e le cadenze sono immediatamente percepite come tratto fondamentale di identità.
Questo bambino ha il peggior taglio di capelli che abbia mai visto. Mi chiedo cosa pensi sua madre quando impone al parrucchiere di pettinarlo da deficiente, perché la richiesta non potrebbe essere più specifica. Non te lo dico con animo pettegolo ma con tenerezza materna, povero bambino, perché mi chiedo chi lo conci con quella frangetta cortissima a spiovente sulla fronte e un caschetto da femmina rigonfio come un melone. Anche la madre non è esattamente una bellezza orientale – George, dopo averla incrociata per la prima volta una settimana fa, ha commentato con vera diplomazia inglese ‘the fairy must have beaten her with the ugly wand’. Per di più è lunatica, a volte si infuria senza ragione con i bambini del playground o con la sua povera helper. Quest’ultima, filippina come la maggior parte di tutte loro, è l’unica nel nostro complesso ad avere i capelli estremamente corti.
Mi è stato spiegato che le donne filippine raramente si tagliano i capelli. Non a torto, dato che le loro chiome lunghe e fluenti sono un segno evidente di femminilità, un accorgimento di bellezza naturale e poco dispendioso, spesso l’unico che possono concedersi.
A volte alcuni datori di lavoro, soprattutto di origine cinese, impongono a queste ragazze di privarsi di questo solo vezzo, da un lato con scuse di tipo igienico, dall’altro, senza badare a tante scuse, per affermare la propria autorità.
Imporre regole anche sulla sfera privata mi sembra una forma di sopraffazione veramente meschina, considerando che nella convivenza e in un rapporto di lavoro subordinato di privato hanno già ben poco. 
Quando siamo arrivati a Singapore, per assumere Alice, la nostra helper, abbiamo dovuto frequentare un corso organizzato dal governo di Singapore. La prassi obbligatoria prevedeva tre giorni di frequenza presso la sede delle lezioni o un corso di un’ora su Internet a cui però seguiva un breve esame con risposte a crocette.
Il tema del corso consisteva di nozioni utili quali il sistema legislativo in materia, i diritti e i doveri di datore di lavoro e impiegato, quali ad esempio il biglietto di rientro in patria allo scadere del contratto o i giorni di riposo previsti dalla legge, e di informazioni del tutto balzane, spia di un sottofondo di quotidianità, celato dalle pareti domestiche e da invalicabili barriere culturali.
In particolare, abbiamo appreso che:
1)    le helper mangiano. Pertanto devono essere nutrite con una quantità adeguata di carboidrati per poter svolgere un lavoro che implica consumo di energie e carne almeno due volte la settimana
2)    le helper non vanno buttate giù dalla finestra. Questa regola non era formulata apertamente in questi termini ma presentata con un articolo di giornale riguardante un fatto realmente accaduto in cui un datore di lavoro si sbarazzava così dell’impiegata dopo un acceso diverbio. Implicitamente si invitavano le parti a risolvere i conflitti in maniera più pacata
3)    le helper si stancano. A volte riposano. E’ obbligatorio concedere loro una giornata alla settimana o ogni due settimane a seconda del contratto e non eccedere con le tempistiche dell’orario lavorativo. Esempio: dall’alba fino a notte fonda è da considerarsi oltre misura
4)    le helper non leggono il pensiero. Se si vuole comunicare loro qualcosa, bisogna esplicitarlo a parole e in maniera chiara. A volte hanno bisogno di indicazioni, anche basilari, sullo stile di vita della famiglia ospitante poiché provengono da nazioni povere e possono non conoscere abitudini e mezzi dei paesi più moderni. Pertanto si è tenuti a offrire un letto anche se precedentemente dormivano sul pavimento,  assicurarsi che sappiano come utilizzare i vari elettrodomestici onde evitare catastrofi tra le mura di casa e chiarire  le proprie preferenze educative nell’affidare loro i bambini, anche se un monitoraggio iniziale è caldamente consigliato
5)    le helper hanno sentimenti. Un clima di inflessibilità nuoce alla qualità del lavoro. Si esorta anche a esprimere il proprio apprezzamento di tanto in tanto come forma motivante di gratificazione
Il corso era a dir poco curioso e mi ha lasciato un’impressione strana, uno spiacevole retrogusto amarognolo come dopo un boccone indigesto.
La riuscita di un rapporto nel tempo si misura anche con le frasi e le allusioni, con la lentezza della pazienza, con l’appiattimento a tabula rasa di un sistema di valori che si considera a volte innato e non frutto dell’esperienza.
Anche la convivenza con Alice ha avuto alti e bassi, ma questo te lo racconterò nella prossima lettera perché l’improvviso ululato di un bambino dalla stanza accanto – vuole il bicchier d’acqua che è posato sul suo comodino e la distensione del braccio non è prevista se sostituibile con una mamma in corsa – reclama la mia immediata presenza.

martedì 3 maggio 2011

Ritorniamo o zumbiamo?

Cara Cri
sono giorni che non scrivo. George e’ andato in Italia per una settimana e poi per lavoro ha dovuto prolungare il suo viaggio. Charlotte sta mettendo i denti, i famosi denti invisibili a cui attribuiamo tutti i risvegli notturni e i capricci dei nostri bambini, e non mi ha fatto chiudere occhio. James e Robbie erano a casa da scuola venerdì e lunedì, e cosi ho improvvisato un week-end lungo di attività ludiche e intrattenimento per la famiglia. Nel frattempo ho lavorato ogni sera fino a notte fonda per terminare un progetto per il sito di un cliente.
Ora, dopo otto giorni, avrei voglia di una bella sbronza!
Dato che dopo le varie gravidanze bevo come un uccellino, non darti pena all’idea che Singapore mi possa portare sulla via dell’alcolismo. Avrei solo voglia di qualche bollicina di champagne, tanto nei desideri, non sono tenuta a limitarmi.
Cara amica, sono nuovamente in una situazione di attesa. Non di un bambino, stai tranquilla, ma di un responso.  George è in Italia per riscrivere, ancora una volta in questi mesi tumultuosi, la nostra storia – che sia costretta a cambiare il titolo del blog a breve: Vivere a Singapore potrebbe tramutarsi in Vivere in Via Perugia?
Può darsi che questa possibilità che si è aperta improvvisamente come uno spiraglio si richiuda subito, piano e impercettibile come un battito di ali. Allora dovremo valutare nuovamente le prospettive lavorative, la fattibilità del progetto di George e resteremo qui. Oppure ci aspetta l’ennesimo trasloco internazionale con la nostra carovana di asini, buoi e mobilio cinese e torneremo a casa. Sapremo il verdetto nei prossimi giorni.
George ogni giorno mi chiama e mi comunica la percentuale di probabilità riguardo a questo ipotetico ritorno, a seconda degli incontri che ha avuto, dei piani economici presentati, o di chissà quale altra variabile a me comunque incomprensibile. Come al solito mi sforzo di seguire i discorsi, le cifre, i concetti, ma nel momento stesso in cui comincia a mettermi due numeri in sequenza, mi si assopisce il cervello e non riesco più a seguirlo. Non è mancanza di interesse, figuriamoci. Mi riguarda da vicino e vorrei cogliere i dettagli. Forse è una forma d’ansia. Quando mi nomina un numero, uno qualsiasi, anche piccolo piccolo, inizio a pensare agli affari miei: cosa cucino stasera… il vestito di Pippa Middleton era bellissimo, verde smeraldo, peccato per il nome però…l’ho già cambiato il pannolino a Charlotte, no, forse no, meglio che vada.
Quando poi i numeri iniziano a crescere, gli zeri si allineano e scorrono come biglie tra le sue parole, per perdersi nei meandri di figure fantomatiche quali ‘gli investitori’, il ‘CEO’, il ‘Board of Directors’, sento le palpitazioni aumentare e capisco perché’ lui ha scelto un tipo di carriera e perché io, fondamentalmente, ne ho scelte tante e nessuna in particolare.
Non so darti spiegazioni ne’ fare un pronostico. Non so nemmeno se sperare di tornare o se piuttosto preferirei restare qui. Non ho ancora avuto tempo ne’ modo di vivere la città abbastanza per sentirmici legata ma allo stesso tempo, l’idea di lasciarla mi spaventa.
Comunque siamo passati dal 33% di possibilità di sabato scorso fa al 40% di oggi. Questo l’ho memorizzato. Durante il crescere di questo 7% ho frequentato il mio primo corso di ‘zumba’.
La lezione si svolge nella palestra di un condominio a noi dirimpettaio, un enorme complesso di torri che si affacciano sull’East Coast Park e che racchiude al suo interno ben sei piscine, una piu’ avveniristica dell’altra, con fontane, giochi di spruzzi e percorsi acquatici con ponti. Visto dal basso, l’edificio si staglia contro il cielo come un blocco di lego bianco.  E’ cosi appariscente che è impossibile non guardarlo. Ogni appartamento ha un salone con una vetrata che, specialmente se illuminata la notte, diventa parte di una successione di piccoli quadri familiari, arredamento e atmosfere. E’ come spiare dalle telecamere del Grande Fratello. Di giorno pare più una conigliera.
Zumba è un’attività aerobica dove, teoricamente, si seguono ritmi diversi e si combinano mosse di ballo ad esercizi cardiovascolari. In pratica, la selezione delle canzoni propendeva per i trend locali, ossia la musica indiana di Bollywood, canzoni da discoteca e alcuni ritmi vagamente arabeggianti – ma c’era anche la canzone delle Bangles ‘Walk like an Egyptian,  e lì mi sono scatenata.
Eravamo una decina di mamme con tute da ginnastica non proprio all’ultimo grido parigino, e qualche curva extra non sempre gradita.
Avevamo due insegnanti. Una ragazza che poteva essere singaporiana o malese o indiana, con lunghi capelli scuri e occhi verdi. Un ragazzo cinese locale con un completino succinto e movenze fin troppo aggraziate.
Si alternavano a turno nell’insegnamento di questi balletti bolliwoodiani perché, ci spiegavano, estremamente stancanti, mentre noi allieve tentavamo di capire e ripeterne i passi, sempre piu’ ansimanti e confuse, sempre piu’ paonazze. Ma che divertimento! Lo spirito della musica indiana si e’ impossessato del mio corpo e mi sono vista all’improvviso sullo stage di un melodramma d’amore alla buona, dove ci si esprime con sguardi ammiccanti o corrucciati fino allo sdegno. Forse non hai presente il genere, mentre qui è abbastanza popolare.
I film indiani sono polpettoni musicali con balli sincronizzati, dove la bella protagonista di solito è affiancata da un gruppetto di fanciulle che ne ripetono gesti e movimenti, e il suo innamorato canta e danza seguito dal corrispettivo gruppetto di ballerini. Gli indiani hanno questo strano modo di annuire, che mi confonde sempre quando ho una conversazione con qualche vicino di casa, che è ripreso anche nella danza: mentre acconsentono, ondeggiano la testa lateralmente, e non si è mai certi se intendono si o no. Anche noi oscillavamo i nostri testoni, ricalcando più Totò in ‘Avventure di una marionetta’ che le interpreti dei musical, allungando il collo a scatti, e scrollando dai polsi braccialetti immaginari a ritmo di tintinnii e percussioni.
Se non ero un’indiana nella vita precedente, lo diventerò senz’altro nella prossima.

martedì 12 aprile 2011

La risalita


Cara Cri
Ti scrivo finalmente rimessa dalla malattia. Che, tra l’altro, si è scoperta essere morbillo e non scarlattina. Un’inezia, se non fosse che avevo tutti i sintomi del morbillo e ho visto tre diversi dottori, ognuno con una diagnosi diversa. Ognuno con un pacchetto di medicine assortito.
Io che mi nutro di nozioni su Google come se fosse il Vangelo, e come Sherlock Holmes avevo diligentemente svolto la mia indagine personale, avevo già valutato tutti i morbi, dal più verosimile al più raro, e mi ero accorta della possibile erronea valutazione già da qualche giorno. Non me la si fa di certo e Wikipedia mi ha dato ragione.
Un’ultima nota, poi non ti annoio più con l’argomento. Lo sai che negli Stati Uniti, grazie ormai alle vaccinazioni obbligatorie, i contagiati da morbillo sono circa 150 l’anno? Non ho voluto appositamente sapere quanti ce ne fossero sulle tre zolle che compongono Singapore, perché temevo di incappare nell’unica risposta ovvia: io e quel disgraziato che mi ha infettato.
Menomale che siamo coperti dall’assicurazione medica, perché nonostante gli errori, ci abbiamo rimesso uno stipendio con tutte queste visite.
Il morbillo non ha risparmiato nemmeno Charlotte. Anche lei ha cominciato a tossire, ad avere i sudori per la febbre alta e si è ricoperta di macchioline rosse dalla testa ai piedi. Fortunatamente in questi giorni la temperatura è scesa e lo sfogo sta sbiadendo. E infine, rullo di tamburi, James è caduto la settimana scorsa dalle barre per arrampicarsi in giardino e si è rotto un braccio.
Ti assicuro che ho cominciato a pensare che qualcuno punzecchiasse con una bambolina voodoo la mia famiglia. Se fossi superstiziosa, ricamerei tante storie e frugherei nel mio passato per trovare il colpevole che mi augura la mala sorte. Eppure anche nella mia torre di ferrea razionalità, ogni tanto mi soffermo a chiedermi:‘Ma come caspita è possibile?’ (anche se tra me e me lo esprimo con una variante meno francese).
Ora questo percorso accidentato sembra finalmente esaurirsi ed è iniziato il periodo di convalescenza e risalita.
Nel frattempo è arrivato mio padre dall’Italia a rincuorarci.
La sua valigia era carica di formaggi e salami italiani che ogni sera assaporiamo felici, centellinandoli il più possibile per farli durare più a lungo.
Non hai idea cosa significhi il profumo inebriante di una toma nostrana dopo un anno di lontananza dalla terra natia. O il colore evocativo di una fetta di salame. C’è un che di poetico, quasi musicale, nel sapore dei cibi: la suggestione di ritrovarsi in un posto conosciuto, la ricreazione di un’atmosfera.
Mio padre, però, è qui per sole due settimane, perciò l’abbiamo portato subito a provare le specialità locali.
Ieri sera siamo usciti nell’East Coast Park e ci siamo fermati a mangiare all’Hawkers Market. Questo tipo di ‘mercatini del cibo’ si trovano in tutta l’isola, particolarmente nei centri residenziali. Quello del parco è più gradevole per la vista sulla spiaggia da un lato, e su un lago artificiale dall’altro, dove si può praticare sci nautico con uno sky-lift anomalo che traina gli atleti lungo il perimetro del lago e su rampe da salto. 
In mezzo a innumerevoli bancarelle, ognuna specializzata nella preparazione di un piatto asiatico, per lo più malese, singaporiano, cinese e indonesiano, ci si può sedere su uno dei tanti tavolini di pietra bianchi e, una volta preso nota del numero del tavolo, procedere con le ordinazioni. Il numero è fornito al venditore dopo aver scelto da menu plastificati con grandi fotografie invitanti e in breve, e con una spesa decisamente modica, ci si ritrova la tavola imbandita con manicaretti esotici. Il sistema di controllo igienico è tale a Singapore per cui le bancarelle che non passano le frequenti ispezioni vengono immediatamente chiuse. In più c’è un sistema di classifica (A,B o C) che viene evidenziato all’esterno con un cartello e che consente di capire il grado di qualità dei pasti.
Mio padre, come d’altronde noi appena arrivati, sembrava un bambino nel paese di Bengodi, e abbiamo iniziato a ordinare forsennatamente da vari banchetti mentre George ci aspettava comodamente al tavolo con un cestino del ghiaccio e due o tre bottiglie di birra gelate.
Negli ultimi tre giorni, forse anche per il desiderio di evasione dopo la malattia, ci siamo dedicati attivamente a una vita di sollazzo e intrattenimento.
I bambini erano in vacanza per una settimana. Venerdì li abbiamo portati allo zoo safari notturno, l’unico in Asia. Nonostante sia una struttura artificiale, la giungla ricoperta dalle tenebre ha un suo fascino. L’abbiamo percorsa con un trenino con le ruote, con il motore silenziato per non interrompere i suoni naturali dell’ambiente. Gli animali definiti ‘non pericolosi’ erano a portata di mano, anche se una signorina solerte controllava con occhio vigile che non ci venisse la malaugurata idea di accarezzarli, perché la definizione avrebbe potuto essere alterata da un dito mozzato. Gli altri, invece, erano visibili a poca distanza e apparentemente liberi, nella penombra lunare, aiutata da qualche luce artificiale ben dissimulata. Alla vista della tigre della Malesia, mio padre ha quasi avuto un momento di commozione. Ha rivolto un pensiero nostalgico a Salgari e alle sue letture d’infanzia, ricordando i libri ottenuti in regalo per la promozione scolastica e divorati nei lunghi pomeriggi estivi. Chi l’avrebbe mai detto, rimuginava tra sé e sé, che un giorno sua figlia avrebbe vissuto in quelle terre lontane, che lui, come d’altronde Salgari stesso, aveva solo immaginato. Chi l’avrebbe mai detto che avremmo un giorno osservato la tigre della Malesia accucciata mansueta su una roccia tra le mangrovie.
James e Robbie erano estasiati, direi a pari merito per la vista delle belve e per la dimensione del gelato a serata conclusa.
Non paghi di tanto divertimento, il giorno dopo mio padre, i ragazzi ed io abbiamo visitato gli Universal Studios, una specie di Disneyland con giostre, parchi a tema e spettacoli. L’isola di Sentosa, collegata a Singapore da un ponte in tipico stile Disney con vasi fioriti e castello fiabesco all’ingresso, offre questa e molte altre attrazioni turistiche. Ad un certo punto, un qualche  imprenditore operoso deve aver realizzato che la città di Singapore, una distesa pianeggiante, senza montagne o spiagge dal mare cristallino, per quanto affascinante dal punto di vista naturalistico e architettonico, non era sufficiente ad attrarre il turismo di massa dal resto dell’Asia. Sentosa è stata attrezzata in pochi anni di resort, hotel lussuosi in tipico gusto asiatico (la solita colonna dorica e Venere di Milo plastificata), spiagge artificiali con bar e ristoranti, parchi di divertimento di ogni genere e l’immancabile casinò per il gioco d’azzardo in cui, soprattutto i cinesi, riescono a scialacquare patrimoni considerevoli. Quest’ultima considerazione merita qualche ulteriore dettaglio.
Che i cinesi fossero afflitti dal vizietto del gioco non mi era nuovo. Dalla ‘main land’, la Cina in tutta la sua estensione senza considerare le province semi-indipendenti, avevo assistito a interi bus turistici accorrere a frotte a Macau, ad un’ora di traghetto da Hong Kong, per lunghi weekend alle case da gioco locali, in genere hotel dalle dimensioni colossali, con interi piani dedicati alle roulette, alle scommesse e alle carte. In Cina questo tipo di attività è illegale e il governo cerca di arginare il più possibile il fenomeno della pratica nascosta. Non so quanto sia efficace e rigoroso questo tipo di controllo se poi è il governo stesso ad autorizzare e finanziare la costruzione di questi mostri architettonici e a incoraggiare il turismo del gioco nelle sue province. Nonostante sia Macau che Hong Kong siano ormai tornate a tutti gli effetti sotto l’amministrazione cinese come parte integrante dello stato, hanno potuto mantenere una certa indipendenza fiscale e molte libertà che nel resto della Cina sarebbero impensabili.
Nel gennaio dell’anno scorso, avevamo trascorso un fine settimana a Macau per assistere a uno spettacolo del Cirque de Soleil.  In quell’occasione, avevamo soggiornato al Venetian Hotel, una riproduzione di Venezia in miniatura, con tanto di canali, ponticelli, gondole e cantanti lirici o attori reclutati come gondolieri. Lungo le stradine illuminate con i bagliori del crepuscolo giorno e notte, grazie a una volta di cielo tinteggiata di nuvole rosa e turchesi, si susseguivano negozi per lo shopping di moda e gioielli prevalentemente Made in Italy. Le signore cinesi entravano e uscivano come formichine indaffarate da queste botteghe lussuose, cariche di borse delle più grandi firme. Finalmente erano in possesso di un manufatto autentico, non la solita copia con i ganci cuciti storti o la marca stampata al contrario. In Cina, l’autenticità è inseguita come una chimera. La copia è la costante. Anche nei casi di somiglianza più prossima, di quasi totale sovrapposizione, Macau e Hong Kong potevano fornire la variante non contraffatta e per questo, inestimabile.
Il piano inferiore invece era una piazza vastissima dedicata al gioco, circondata da colonne e stucchi dorati e sovrastata da una cupola con affreschi degni della cappella Sistina ma apparentemente dipinti con l’evidenziatore. La sala offriva uno spettacolo spassoso e inquietante al tempo stesso: vecchine invasate inchiodate alle roulette come a un dispositivo per la sopravvivenza, uomini disposti a giocarsi i risparmi di una vita o a gettare al vento somme considerevoli come noccioline, tavoli pullulanti di famiglie, dal bisavolo al nipote poco più che adolescente – ad eccezione dei bambini che non erano ammessi. Una fiumana di gente di ogni estrazione sociale, età e etnia linguistica, ma rigorosamente dalla Cina, la terra madre, padrona e chioccia con una certa dose di ipocrisia.
Questo quadro ti da’ l’idea dell’estensione del fenomeno, che in piccolo si riproduceva con slot-machine disposte ovunque, persino in versione baby, con mini casinò per bambini camuffati da centri per l’intrattenimento. Anche Singapore, che ha una maggioranza cinese nella sua popolazione, sembra non essere immune da questo aspetto.
La mia prole innocente è stata subito deviata alla parte di Sentosa priva di macchinette tentatrici. James, dopo aver chiesto maggiori ragguagli su cosa fosse esattamente un casinò e dopo una mia concitata spiegazione sui rischi del gioco d’azzardo, mi ha guardato con occhi languidi e, a conferma della sua affinità culturale con la terra di Mao, mi ha chiesto:‘Per il mio compleanno, mi ci porti mamma?’.  

lunedì 4 aprile 2011

Basta lamentele

Cara Cri
alla negatività c’è un limite e mi sono accorta che quello che era partito come uno sfogo in fase  di malattia stava degenerando in una sequela di lamentele pedanti.
Cosa faccio l’avventurosa che se ne parte per il mondo a fare, se poi mi lamento come una vecchietta piena di acciacchi delle faccende che vanno a rotoli, della carta igienica che finisce sempre al momento sbagliato e del fatto che non ci sono più le mezze stagioni – concedimi solo più quest’ultima, qui fa caldo tutto l’anno.
La vita a Singapore è il mio filo conduttore. Il resto sono quisquilie.
Sono arrivata sull’onda di un cambiamento improvviso, perché la società di George era stata venduta e noi ci siamo ritrovati di punto in bianco a decidere sul nostro futuro. Tornare non ci sembrava un’opzione percorribile. In Italia non avremmo avuto uno sbocco lavorativo immediato e George avrebbe buttato via anni di esperienza sul mercato asiatico senza la certezza di poterli riutilizzare in un nuovo impiego. Anch’io faticavo con la mia attività a Torino. Avere una società web non è molto gratificante in Italia in questo particolare momento di recessione economica, si fatica a vendere così come in altri settori. I siti sono visti spesso come una spesa accessoria, un extra nel budget da dedicare a marketing e promozione del business principale. Senza contare una certa diffidenza di cultura ancora presente per qualunque approccio vagamente tecnologico, soprattutto nel mercato delle piccole imprese a cui mi rivolgevo come target principale.
A Hong Kong avevo ricominciato a lavorare dopo un abbondante anno sabbatico che, oltre ad avermi permesso di godermi famiglia e vita nuova, mi era servito per riorganizzare la nostra routine da zero in un posto sconosciuto, con ritmi e punti di riferimento diversi.
Anche se ora cerco di darmi un po’ un tono, ammetto che adattarsi alla vita da expat – con o senza bambini -  non è stata un’impresa titanica.
A Hong Kong i taxi costano praticamente come prendere un pullman, soprattutto per i tragitti brevi. Il portiere di casa, vestito di lustrini e impomatato, lo chiamava per me, mentre se ero in giro bastava sventolare una mano come Julia Roberts in Pretty Woman per fermarne uno dei tanti. Il nostro palazzo, in una città in cui comunque il crimine è a livelli bassissimi – anche se a Singapore ce n’è ancor meno, ma poi ti racconterò… - era custodito da una serie di guardie: una all’ingresso in una specie di abitacolo con aria condizionata, e una per ognuna delle cinque torri che componevano il condominio. Tutti ti accoglievano con grandi salamelecchi facendoti sentire il presidente degli Stati Uniti ogni volta che tornavi dal supermercato, soprattutto quando si fiondavano ad aprire il portapacchi del taxi per aiutarti a scaricare le borse.
Avevamo anche una guardia preferita, tra le varie che andavano in rotazione a seconda dei turni, dell’orario e dei giorni: un ragazzo di nome Victor che era gentile coi bambini e regalava loro caramelle o si fermava a chiacchierare volentieri con piccoli e grandi.
Che altro? Lunghi pomeriggi in piscina, passeggiate lungo il mare, gente interessante di ogni parte del mondo da incontrare, domeniche al rugby di James dove George allenava la squadra, persino qualche massaggio cinese con le amiche e caffe’ mattutino.
Quando poi ho deciso di rimettermi a fare siti, il lavoro mi pioveva addosso senza alcuno sforzo da parte mia di ricerca nuovi clienti. Solo tramite passaparola. In una città dove le mogli spesso seguono i mariti e a volte sono impossibilitate a praticare il mestiere della patria originale (l’avvocato, la commercialista, l’insegnante…), ho incontrato tante donne che hanno saputo reinventarsi e creare un nuovo servizio o una nuova idea di business e avevano bisogno di presentarla su Internet. Le ho aiutate a crearsi un brand, un’identità aziendale, per quanto piccola, e a differenziarsi dalla concorrenza con un’immagine professionale e coordinata.
Insomma, ci siamo divertiti.
Te lo racconto con molta sincerita’, che non vorrei confondessi con spacconeria. Avevamo le spalle coperte da una grossa azienda, l’occasione di un’avventura unica e la sicurezza di poter offrire ai nostri figli una buona educazione in ottime scuole. I figli, in tutto questo, sono stato il nostro primo pensiero e la nostra ragione ultima, anche se era una bellissima opportunità per noi in quanto adulti. James, Robbie e un giorno spero anche Charlotte considerano normali fatti e circostanze che per me sono ancora eccezionali. Ancora oggi hanno compagni di tutto il mondo, festeggiano le celebrazioni di mezza Asia perche’ in classe ci sono giapponesi, indiani, coreani, malesi e cinesi, oltre agli americani e a tutti gli europei. Imparano il cinese come seconda lingua oltre all’inglese, che nel loro caso era già la prima. Il che significa, molto banalmente, un’occasione di lavoro assicurata per il futuro.
Sembrerà un’ovvietà, ma sono davvero cittadini del mondo, anche se inconsapevoli.
Quando in Italia ci dicevano che eravamo stati veramente coraggiosi a trasferirci in Cina, George ed io ci guardavamo spesso negli occhi con lo stesso pensiero: saremmo stati più coraggiosi a rimanere.
Il coraggio semmai è servito dopo.
Dopo lunghe discussioni e vari incontri che hanno indirizzato il corso degli eventi, George ha deciso di aprire la sua società a Singapore. A Hong Kong non eravamo più coperti dalla società precedente e gli affitti sono proibitivi. Non potevamo più permetterci la nostra casa e avevamo un mese o due di tempo per fare armi e bagagli, trovare una nuova abitazione, spostare i bambini da scuola e trovarne una nuova e trasferirci. Tutto questo con una bimba appena nata.
Dal punto di vista delle tasse, Singapore aveva come Hong Kong i suoi vantaggi. Inoltre è il cuore pulsante del mercato informatico in Asia, e come tale rappresenta un ottimo terreno di sviluppo per il progetto di George, che come sai lavora nel software. 
In due giorni, io, George e Charlotte abbiamo preso l’aereo e siamo andati a caccia di appartamento e scuola. La bambina è passata dal divano giallo a fiori del nostro salotto, su cui trascorreva gran parte del tempo mentre il resto della famiglia le salterellava attorno affaccendata, a solcare l’Equatore per vedere decine di case dall’alto del suo passeggino.
Dopo innumerevoli alloggi in cui sia io che George uscivamo scuotendo la testa rassegnati, finalmente ne vedemmo uno diverso. In genere i condomini nuovi nella zona che avevamo scelto, vicino a un grande parco lungo il mare dove i bambini avrebbero potuto scorrazzare tranquilli nei weekend, sono costruiti con poco spazio interno, con camere piccole e uno spazio comune ridotto, e un’estensione limitata tra i vari blocchi, con la conseguenza che il dirimpettaio tuo vicino ti può vedere in mutande la sera a meno che le tende non siano sempre chiuse. Considerato il repertorio mutande della famiglia e su cui non ci soffermeremo, sapevo che non era l’opzione che faceva per noi.
L’appartamento che l’agente ci mostrò era in un complesso più vecchio rispetto agli altri, costruito negli anni ’80, e per questa ragione molto piu’ spazioso delle versioni moderne e con le torri molto piu’ distanziate. Tra i vari edifici, si snodava un parco interno dalla vegetazione tropicale con due piscine, un giardino attrezzato per bambini e numerosi campi da tennis.
Le così dette ‘facilities’, le strutture comuni per il tempo libero, sono molto frequenti nei complessi condominiali di Singapore, e più accessibili rispetto all’Italia dove sono considerati beni di lusso.
Il parco mi colpì subito per la varietà della vegetazione. Non a caso Singapore è chiamata il ‘giardino dell’Asia’.
Le piante di appartamento con cui adorniamo normalmente i nostri salotti in Italia, qui sono alberi enormi con rampicanti che percorrono i lunghi tronchi fino ai rami. Spesso folte piante di felce sono piantate a motivo ornamentale tra i rami degli alberi della pioggia, mastodontici esempi di foresta pluviale che si ergono maestosi ai lati dei viali.
Una fioritura costante e dai colori vivaci è garantita dal clima che è poco variabile durante l’anno, mai meno di 25 gradi, mai superiore ai 31, con un tasso di umidità maggiore durante il periodo primaverile e estivo.
Dalla grande sala, una terrazza si apriva alla vista di una delle piscine con ombrelloni di paglia e gruppetti di palme e bouganville. Ne fui subito rapita, anche se la casa non era mai stata rinnovata ed era in pieno fulgore anni ’80, con pannelli di legno di un colore del tutto improbabile e un odore di chiuso e stantio.
George vide il potenziale oltre la scorza e organizzò che l’agente seguisse i lavori di ristrutturazione in nostra assenza, durante il mese che ci separava dal trasloco.
Il risultato fu molto soddisfacente ma laborioso, anche perché’ i lavori sforarono oltre la data del nostro ingresso e per due settimane non riuscimmo a utilizzare la cucina. Tutti i pannelli e i mobili, ridipinti di color crema, cambiarono il volto dell’appartamento, illuminandolo e conferendogli, anche grazie ai preesistenti ventilatori da soffitto e all’angolo bar del salotto, un sapore del tutto coloniale.
Le stanze hanno una forma inconsueta, nessuna è rettangolare, nessuna è come e dove ci si aspetterebbe, ma seguono corridoi ricurvi e passaggi quasi segreti. Nel complesso è una casa con personalità e per questo più interessante di quelle ultramoderne che avevamo visto inizialmente.
Ha anche le sue pecche, prima di tutte le formiche che negli anni hanno evidentemente percorso tutti gli anfratti delle pareti e creato il loro nido d’amore accanto al nostro.
Con tre figli, George che per il momento lavora ancora da casa, ospiti dall’Europa quasi tutto l’anno, ci serviva molto spazio e il nostro appartamento attuale ci consente di avere una camera ciascuno, oltre alle stanze comuni. Non essere gli uni sugli altri migliora lo spirito di convivenza, i rapporti interpersonali e l’armonia familiare. Ammetto che, anche con le formiche, sono felice della nostra scelta.

La terza crociata

Provo sentimenti contrastanti per la nostra nuova casa di Singapore. Mi chiedo se sia il momento migliore per parlartene dopo la mia reclusione forzata per due settimane.
L’altro giorno ho letteralmente ‘fatto i capricci’ con George perché non ne potevo più di starmene rintanata tra queste quattro mura. Che per dirla tutta sono molto più di quattro, dato che l’appartamento è enorme, ma nella mia lamentela questo dettaglio non aveva importanza. Era uno di quei giorni. Quei giorni... li avrai anche tu, no? I momenti in cui nemmeno una lauta vincita alla lotteria ti farebbe sentire meno sfortunata, meno perseguitata dalla sorte, meno infima creatura tormentata dal tutto universale. Non è che mi capita spesso grazie al cielo, e col senno di poi riconosco una certa cadenza mensile un po’ sospetta ma, quando accade, riesamino le questioni più svariate sotto un punto di vista distorto, dipinto di grigio scuro.  
Sai che col mondo animale ho un rapporto non sempre sereno.
Ricorderai in passato la mia battaglia con l’hotel le cui finestre si affacciavano sul cortile interno della mia prima casa a Torino con George. Gli uccelli riempivano il mio balcone di poco apprezzati souvenir, e nidificavano nelle camere abbandonate dell’hotel, contigue al balcone stesso.
Ogni volta che aprivo la finestra, un frullo di ali era costantemente il preambolo a una pioggia di escrementi. Non si tratta mai di una bella vista, ma la cacca dei volatili che invadeva il parquet del mio salotto con indelebili macchie vischiose aveva un che di ripugnante che mi faceva ribollire di rabbia. Di lì, la mia prima crociata contro i gestori dell’hotel che a lungo fecero orecchie da mercante, poiché non volevano rinnovare le camere in questione e occuparsi di chiudere i buchi nelle finestre.
Partivo alla mattina furiosa come un’Erinni e andavo dritta dritta alla reception dell’hotel, dove la nonna della gestrice, una signora che ormai era piu’ di la’ che di qua, mi osservava silenziosa e impassibile mentre mi dimenavo e gridavo le mie rimostranze. Inutile dirti che avrei potuto tranquillamente passare sul suo corpo senza che lei nemmeno se ne accorgesse, se un giorno non avessi finalmente incontrato la nipote e intuito, come un’illuminazione fulminea, che era lei la donna in carica e non il rudere. Era evidentemente una nonna fantoccio. Veniva appoggiata alla sedia solo per fare presenza mentre la nipote sbrigava altre faccende. Finalmente fui ascoltata e i piccioni rimossi dalla mia esistenza.
La seconda crociata che mi vide protagonista e di cui sono certa hai una vivida memoria fu quella contro il gallo della casa dei miei suoceri.
Io, incinta all’ottavo mese di James, il mio primo figlio. Decido di trascorrere quel momento magico della vita in ritiro quasi spirituale nel bellissimo cottage immerso nel verde della campagna inglese. George mi avrebbe raggiunto una settimana più tardi.
Mi pregustavo quella vacanza da mesi. Già mi vedevo, seduta sulla panca di legno nel patio tra le aiole, con una tazza di the e con un libro ambientato nell’’800 dove qualche poverina dalla sorte avversa si innamorava di un lord a cavallo e veniva riscattata dalla sua vita di sfighe per coronare il suo sogno d’amore e vivere felicemente in un palazzo con giardini, fiorellini e fontanelle. Mia suocera ha un armadio pieno di queste delizie, tre ripiani ricolmi di Georgette Heyer, l’epitome del romanzo rosa nel periodo della Reggenza inglese, con dandy affascinanti e fanciulle dai vestiti di mussola a vita alta. 
Tutto sarebbe andato come da piani, se non fosse che tra le novità dell’estate c’era un gruppetto di galline acquistato con lo scopo di avere uova fresche alla mattina per una perfetta English breakfast e, soprattutto,  il loro gallo protettore. Pensa al gallo esattamente come a un pappone che doveva proteggere le sue ragazze. Peccato che fosse convinto che a minarne la virtu’ fosse la sottoscritta, ti ripeto, incinta all’ottavo mese e con l’agilità di un pachiderma. Ogni volta che aprivo la porta di casa, il gallo mi si scagliava contro agitando freneticamente le ali ed emettendo suoni che mai avrei pensato un gallo potesse produrre.
L’avvilimento per non riuscire a raggiunger la mia ambita panca era tale, che un giorno presi la scopa e decisi di brandirla a mo’ di spada per prevenire un’eventuale aggressione. Tempo cinque minuti dall’aver conquistato la panca, che evidentemente la bestia feroce considerava territorio delle sue pollastrelle, e il gallo incomincia la sua solita danza minatoria. Ma questa volta ero armata. Impugno la scopa e inizio a batterla furiosamente per terra, urlando ‘Scio’’, come Attila prima della battaglia.  Dopo un minuto di indecisione per valutare la propria posizione, il gallo salta sulla scopa e si avvicina in men che non si dica al manico, sempre sbattendo le sue temibili ali pennute col suo schiamazzo assordante. E’ troppo, soprattutto per una donna nelle mie condizioni. Riconosco la sconfitta, lascio cadere scopa e gallo a terra e corro a chiudermi in casa a piangere tutte le mie lacrime al telefono con George, che pero’ fatica a capire cosa sto farneticando e, in seguito, non reagisce con la compassione dovuta.
Alla sera, racconto l’episodio anche ai miei suoceri, ma anche loro mi ascoltano con indulgenza e senza grande convinzione (il subdolo gallo agiva solo senza testimoni). La loro soluzione: una sessione di yoga per calmarmi i nervi. Conoscono un’insegnante esperta in yoga per la gravidanza che può venire addirittura a casa e offrirmi una lezione in giardino. Il tutto viene organizzato rapidamente e mi ritrovo alcuni giorni dopo con l’insegnante in questione, una donna di origini cinesi con la fronte liscia e un’età indecifrabile, un sorriso tatuato di perenne pace interiore, longilinea e asciutta, senza nemmeno un’ipotesi di cellulite. La personificazione dell’equilibrio Zen. Ci sediamo sul prato tra i boccioli e le piante fiorite, all’ombra di un grande albero. L’insegnante mi invita a chiudere gli occhi e rilassarmi, dicendomi di immaginarmi in un luogo di grande serenità e bellezza. Iniziamo a pronunciare l’Om all’unisono cullate dalla brezza, immerse nella nostra fantasia paradisiaca. All’improvviso il gallo le piomba in testa dal nulla, evidentemente appostato dall’alto di un ramo, sbatacchiando ali e zampe col suo grido selvaggio.
Cri, ora te lo posso confessare. In quell’istante fui felice. Non ero più una pazza visionaria, qualcuno condivideva con me quell’orrore. Nei paraggi quel giorno c’era il fratello di George, un veterinario coraggioso e disincantato. A tanto baccano, accorse e afferrò il mostro per il collo, mentre l’insegnante sotto shock continuava a urlare, e lo lanciò come una palla di cannone dall’altra parte del prato. Da quel momento il gallo venne rinchiuso in un recinto e io vinsi la mia seconda crociata.
Non ho mai più visto quell’insegnante. Di tanto in tanto la immagino, povera donna, di fronte a uno specchio a tagliarsi ciocche di capelli con aria mesta e assente, o a vagare come un’anima in pena lungo la Senna.
Un aggiornamento di cui non sei al corrente: tempo fa mi è stato riferito che una volpe è entrata nel recinto e si è mangiata il gallo. Nessuno ha mai saputo se l’avessi assoldata io.  
Tutto questo per dirti che temo di essere arrivata alla mia terza crociata.
La sento in via di ebollizione, come una pentola di fagioli borlotti.
Lo sai che questo non porterà a nulla di buono, ma quando una fissazione diventa tale ci sono varie fasi:
1)    la realizzazione del tormento
2)    l’osservazione del ripetersi del fenomeno
3)    il tentativo, che può essere anche ripetuto, di cessare il fenomeno in itinere
4)    la presa di coscienza del fallimento del tentativo
5)    l’ossessione fino all’eliminazione del problema
Al momento sono allo step numero tre.
Il mio cruccio singaporiano sono le formiche. Lo so che mi capisci e che non stai assumendo quell’aria di sufficienza che altri potrebbero prendere con, a mio giudizio, eccessiva superficialità.
Le formiche di Singapore sono un flagello come le cavallette d’Egitto. Non so se ne sia afflitta solo la mia casa o tutta l’isola.
Immaginati questo quadretto. Io e George siamo in terrazza, a goderci il panorama: giganteschi alberi dalla chioma a ombrello creano un morbido manto rigoglioso, fiori esotici variopinti, uccelli dai colori stravaganti si tuffano tra il fogliame e riappaiono come guizzi di luce a interrompere il verde, il mare in lontananza. Mi cade una goccia di caffè sul tavolo. All’improvviso, sotto i miei occhi inorriditi, una colonna infinita di minuscole formichine bianche con piccole tenaglie (le devi guardare proprio da vicino ma si, hanno le tenaglie) sbuca fuori dal nulla e si precipita vorace su quella macchietta zuccherata.
Lo so, lo so, non sembra nulla. La gravità della situazione può non balzare agli occhi perché normalmente in Italia non ci si accorge della quantità smodata di cibi dolci le cui tracce inavvertitamente vengono tralasciate in giro per la casa. Ne’ si conserva tutto assolutamente sotto vuoto per la minaccia sempre costante di ritrovarsi un esercito di formiche sopra il toast quando ci si spalma la marmellata.
Le ho provate tutte. Trappole ammazza-nido: contengono un liquido velenoso che attrae gli insetti e viene diffuso da essi una volta tornati nella tana. Insetticidi. Stucco per tappare i minuscoli fori da cui provengono. Persino l’omino della disinfestazione che passa regolarmente nello stabile per le ragioni più svariate – ad esempio, lo sapevi che a Singapore le termiti possono invadere gli appartamenti? Sarò io la prossima?
A nulla sono valsi i miei sforzi e ora inizio a chiedermi quale sarà la mia prossima mossa. Soccomberanno le formiche? Soccomberò io? Mi abituerò a convivere con una moltitudine di minuscoli animaletti fino a considerarli parte della casa, i miei piccoli cuccioli? Forse. Ma la mia ultima crociata non è ancora a termine.

sabato 2 aprile 2011

I vantaggi della malattia


Cara Cri
la malattia ha anche i suoi vantaggi, specialmente in fase di recupero.
Ti sto scrivendo dall’alto del mio letto coniugale, alto perché’ in questa casa ci sono gradini e pedane rialzate ovunque per qualche ragione misteriosa (che ci abbiano nascosto qualcosa? Un tesoro? Il cadavere della nonna? Quando ho esposto la mia teoria ad un’amica ha detto che era una visione molto italiana e sinistramente mafiosa). E’ un letto che ha una certa aria regale, un che di pomposo per questo essere più elevato del resto della stanza. Da qui domino il paesaggio di fronte a me, la finestra si apre sul parco dell’East Coast, il parco più esteso di Singapore che percorre tutta la parte orientale dell’isola. Oltre alla vegetazione lussureggiante, il mare, con centinaia di navi piccole e grandi, ma soprattutto enormi cargo carichi probabilmente di giochini di plastica e gadget made in China. Sembra di guardare la ‘battaglia navale’ dal vero. In realtà di tutto ciò ora vedo solo le luci in lontananza, innumerevoli chiarori che parrebbero una città illuminata se non sapessi che si tratta di imbarcazioni.
Mi godo lo spettacolo in solitudine, perché da quando è iniziata la malattia ho tentato in ogni modo di non contagiare i miei cari e mi è stata gentilmente offerta la camera da letto nuziale, mentre George dorme sul divano-letto in camera di Charlotte. Ed ecco i vantaggi di cui ti dicevo. Non alzarsi la notte, per di più giustificata. Sentire il richiamo strascicato e poco conscio, tra il sonno e la veglia, di qualcuno dei miei adorati, e potermi comodamente rannicchiare tra le lenzuola fresche di cotone, con la consapevolezza di non essere parte del quadro.  Il riflesso notturno ormai condizionato di balzare dal letto al primo stridio di bambino, per due buone settimane è stato sopito con una cessione di responsabilità totale e incondizionata al mio consorte. Naturalmente non è stato bello fare la parte della contaminata e potenzialmente contaminante della casa, e preferisco certamente avere il calore del mio compagno a fianco piuttosto che addormentarmi sola nel mio talamo principesco, ma regalami almeno un vantaggio, scarlattina delle balle. Ed eccolo qui, la possibilità di riposare solo per te stesso, senza senso di colpa, una libertà perduta nel momento in cui diventi genitore. Il piacere assoluto della delega, ecco cosa ho guadagnato seppur brevemente. George oggi ha notato che la congiuntivite stava scemando, la tosse diminuendo, il colorito tornando al solito beige cremino invece che vermiglio acceso. Forse per eccessiva malizia, ho letto nel suo sguardo un duplice guizzo di gioia, per la moglie ritrovata e per il cambio notturno. Le sue parole me l’hanno confermato: ’Stanotte è il tuo turno’, mi ha annunciato con trionfo. Mi tocca alzarmi.

Vita sociale qui, vita sociale la'

Due settimane fa, proprio prima di ammalarmi, avevo deciso che mi sarei gettata nella mischia e avrei iniziato ad avere una vita sociale. Sembrerà strano, ma nonostante sia qui da ormai quattro mesi le mie chance di conoscere persone sono state piuttosto limitate. Un rapido paragone con la nostra esperienza precedente: quando siamo arrivati a Hong Kong, nell'agosto del 2008, mi è parso di essere stata catapultata all’improvviso in una vita da villaggio vacanza, sotto tutti i punti di vista. La nostra prima abitazione per gentile concessione della società per cui lavorava George, un appartamento ammobiliato in un complesso di quattordici torri-grattacielo, pareva l’interpretazione cinese del club Med all’ennesima potenza. Piscine con giochi d’acqua, numerosi campi da tennis, bellissima palestra multipiano, fontane a gradinate, sculture di ottimo e pessimo gusto. In Cina, quando si vuole ostentare il lusso, non ci si limita neanche un po’. Di solito è sufficiente inserire qualche elemento architettonico classico palesemente finto, una colonna dorica plastificata, stucchi dorati in quantità, una statua di una divinità seminuda, un enorme vaso in stile romano con elaborate composizioni floreali.  La nuova casa aveva tutto ciò e molto più, ma nonostante l’opulenza sbandierata era bella e senz’altro divertente. Ai bambini era sembrato di raggiungere la terra promessa. Trascorrevano le giornate in piscina e si dilettavano a tentare di mangiare con i bastoncini i loro primi dumplings, i ravioli al vapore così frequenti nei ristoranti cinesi in Italia ma così privi di sapore se paragonati a quelli autentici, una vera leccornia asiatica.
Robbie ne sarebbe diventato goloso nei mesi, fino a richiedere quello come menu ‘obbligatorio’ al suo ritorno da scuola.
La nostra era una sistemazione provvisoria per i primi due mesi in attesa di trovare una casa più permanente e acquistarne il mobilio. Avevamo lasciato la nostra casa in Italia intatta con l’idea che saremmo tornati per le vacanze e, comunque, senza una data precisa in mente per il nostro ritorno, che pensavamo più prossimo rispetto a quello che poi è accaduto e abbiamo deciso in seguito. Comprare tutto nuovo e possibilmente da Ikea con un budget limitato ci sembrava la scelta più semplice. Ho passato le prime settimane a vedere incessantemente appartamenti nella zona che avevamo scelto, mezz’ora da Central e in un posto tranquillo di sapore quasi mediterraneo vicino al mare, lontano anche se non in linea d’aria dal cuore pulsante di Hong Kong con i grattacieli spettacolari e il rumore, l’inquinamento e il caos tipico di queste grandi città. Essendo un’appassionata di mercati e mercatini, ero rimasta affascinata da quello piuttosto turistico ma molto caratteristico di Stanley, originariamente un villaggio di pescatori trasformato in un paese con tutti i comfort per expat – ristoranti sul lungo mare, negozietti, belle spiagge balneabili…- ma allo stesso tempo in grado di mantenere un certo carattere cinese, soprattutto quando ci si allontanava dalla via principale del mercato e si esploravano le viuzze secondarie con le botteghe dei pittori e le mense e i bar per locali, dove spesso li vedevi seduti per ore a giocare a Mahjong.
Finalmente, dopo lunghe ricerche, la nostra scelta è ricaduta su un appartamento in un grattacielo a cinque minuti da Stanley, un edificio dalle linee curve e sinuose realizzate attraverso un susseguirsi di finestre di vetro. La superficie vista dal basso ricordava le onde del mare, tanto più richiamate dal fatto che l’enorme palazzo ara abbarbicato in cima a una baia a picco sugli scogli. La vista dall’interno era mozzafiato. Era mare, mare a perdita d’occhio. Dal nostro dodicesimo piano, mi ci è voluto un po’ per abituarmi a vedere i bambini giocare vicini alle finestre, e superare il senso di vertigine quando li guardavo appoggiarsi al vetro.
Dal punto di vista sociale, era la stessa abitazione a favorire gli incontri. Era un complesso principalmente di expat, in particolare giovani famiglie come la nostra con due o tre figli. I bambini si incontravano al playground, un cortile attrezzato di giostrine dove i genitori, ma soprattutto le helper, trascorrevano i pomeriggi. In ascensore c’era sempre occasione di scambiare quattro chiacchiere con qualcuno, una mamma che scendeva per andare a fare la spesa, una che saliva con le borse in mano e qualche bambino a fianco. Era incredibile vedere i pancioni materni moltiplicarsi a vista d’occhio. O l’aria di Hong Kong stimolava nuove gravidanze o il contesto favoriva particolarmente la decisione delle famiglie di espandersi: una maggiore tranquillità economica, più tempo a disposizione, maggiore aiuto domestico…Qualunque fosse la ragione, a tutti prima o poi scappava un figlio a Hong Kong. Io non ho voluto fare eccezione e ho confermato assolutamente la regola.
Gli incontri e le amicizie che ho intrecciato sono stati più o meno superficiali e più o meno profondi. Ho subito dovuto fare i conti con la natura stessa delle situazioni che portavano questi nuovi nuclei familiari in Asia. Trasferitisi come noi per motivi di lavoro, proprio per lavoro spesso dovevano tornare o spostarsi in una nuova grande città. In genere, i movimenti più frequenti che sentivo erano tra Hong Kong, Shanghai, Singapore e Tokio. Chi arrivava da Singapore, commentava spesso riguardo alla diversità di stile di vita,  molto più dinamico e attivo a Hong Kong, soprattutto dal punto di vista lavorativo, e più rilassato e adatto alla vita famigliare a Singapore. Ora che le conosco un po’ entrambe, capisco meglio a cosa si riferissero. 
A Hong Kong ho avuto una grande amica americana. L’ho incontrata quasi subito dopo il nostro arrivo. Anche lei era fresca fresca da trasloco, con due bambini maschi coetanei dei miei. Al contrario di me, la sua era stata una decisione un po’ forzata, il marito era a capo della divisione responsabile dell’Asia di una grossa azienda di abbigliamento e avevano dovuto lasciare il Maine, il loro paese di origine dove avevano una grande casa in mezzo a una natura incontaminata, ettari e ettari di bosco senza altre case in vista, per vivere a Hong Kong, una città la cui superficie è minima a causa delle montagne vicino alla costa e in cui gli edifici altissimi si avvinghiano gli uni agli altri, esili come canne di bambù o solidi grattacieli avveniristici, su una sottile striscia di terreno per contenere la marea umana in continua espansione.
Ti ricordi che ti raccontavo che in ogni paese mi cerco una Cristina a tua immagine e somiglianza! Oltre ad avere il tuo nome in forma anglosassone, Christine, aveva anche una certa somiglianza fisica e di carattere con te e abbiamo subito legato. Purtroppo lei odiava la sua nuova sistemazione e non ha mai superato lo shock culturale e la diversità. Dopo un anno, in cui in sostanza ci siamo viste ogni giorno e in cui i rispettivi mariti e figli hanno anche legato molto, ha deciso di chiudere i battenti e tornare in Maine. Ne aveva abbastanza di cemento.
Questo tipo di situazione si è ripetuta altre volte, anche se non con la stessa intensità di rapporto che avevo avuto con lei. Altre amiche sono arrivate e con la stessa rapidità ripartite, come brevi apparizioni da un altro pianeta. Durante i primi mesi della mia gravidanza, in pieno sconvolgimento e altalena ormonale, mi ero quasi ripromessa di isolarmi forzatamente. Non avevo più voglia di mettermi in gioco, riaprirmi, lasciarmi conoscere. Avevo tante conoscenze superficiali, l’amica del caffè, le mamme di scuola, quella con cui chiacchierare alla fermata dell’autobus, ma nessuna con cui sentivo una vicinanza speciale. Allo stesso tempo, è stata la gravidanza a unirmi progressivamente ad altre persone – indovina un po’, gravide come me – e a farmele sentire più vicine.
Il tempo di conoscerle e poi la decisione, quasi improvvisa e dovuta alle mutate circostanze lavorative di George, di lasciare il paese per una nuova avventura.