venerdì 1 aprile 2011

Inizia il racconto - Il contagio


Cara Cri
Questo che mi appresto a scrivere è il diario delle mie giornate a Singapore.
Ho pensato a lungo se iniziare un blog, e il primo dubbio che ho avuto è stato in che lingua l’avrei scritto. Non mi sento più molto a mio agio con l’italiano, la mia lingua madre. Dopo aver vissuto a lungo con un marito anglosassone, e per il fatto che parlo inglese cosi sovente nella vita quotidiana, a volte confondo le strutture, le espressioni, i modi di dire. Lo sai che sono una linguista e a queste cose ci tengo, ma proprio per questo mi sento in imbarazzo quando due preposizioni mi sembrano assolutamente interscambiabili. Dopo aver sentito George per anni dire ‘pensare di’ qualcosa, ora non mi sembra più cosi buffo come tempo fa. Mi pare solo un’opzione possibile, come molte altre in cui io stessa non ho più la sicurezza della variante corretta rispetto a quella errata. Non posso fare a meno di pensare a un mio ipotetico lettore e sentirmi scoraggiata all’idea che la forma possa allontanarlo dal contenuto. Ho pur sempre un orgoglio, per Dio!
Pertanto ho deciso di indirizzare questo ipotetico blog, o racconto giornaliero, a te cara amica, che so interessata indipendentemente dagli strafalcioni grammaticali a ciò che mi accade in questa parte del mondo.
E inizio subito con l’aggiornarti sul mio stato di salute, che è veramente pessimo. Mi sento come se mi fosse passato sopra un treno. E non un treno regionale Torino-Santhia’, tanto per fare un esempio a te vicino, col suo passo fiacco e svogliato. Ma il superveloce cinese che collega Shanghai al Pu Dong e che fa 30 Km in 7 minuti, e un metro e sessantotto di altezza in calcola tu quanto. La scarlattina che ho avuto la settimana scorsa mi ha lasciata completamente spossata. Fa molto colonial chic avere la scarlattina a Singapore, non so se lo sapevi. Credo di essere l’unica adulta ad essersela presa dal 1800, a giudicare dalla faccia del dottore che mi ha visitata. Oltre ad avermi ripetuto più volte che si trattava di una malattia infantile facendomi sentire, per l’appunto, un po’ infantile e in colpa per essermi esposta al contagio, mi ha lasciato con l’impressione che non avesse mai avuto altri pazienti adulti nella mia condizione.
Sono arrivata allo studio medico ricoperta di mascherina. In Italia non si vedono spesso persone indossare la maschera anti-batterica, se non tra il personale medico di un ospedale. In Asia è quasi di moda. Sotto questo punto di vista, lo trovo un gesto di grande civiltà. Non ci si mette la protezione per non essere contagiati da altri, ma per proteggere il prossimo dai propri germi. Vedi ogni momento gente in pullman e per strada nel centro di Singapore, in giacca, cravatta e mascherina o signorine coi tacchi alti, acconciatura impeccabile da parrucchiere, occhi velati di rimmel e mascherina.
Ecco, quando immagini loro, non pensare a me. Non ero una di quelle con la pettinatura perfetta ne’ l’occhio truccato da estetista.  Lo sfogo della scarlattina si era già impossessato del mio viso dandomi una sembianza rigonfia e tumefatta, come dopo un pugno in piena faccia. A me risultava che i bambini avessero solo guance rosso fragola (l’ho letto su Internet). Le mie, insieme a tutto ciò che le circondava, erano piuttosto vermiglio intenso e con una superficie come carta vetrata (questo si, corrispondeva alla descrizione di Internet).  Nel mio caso la mascherina era del tutto strategica per arrivare quanto più inosservata e coperta possibile fino allo studio del dottore. In sua presenza però ho dovuto mostrargli le mie beltà: capello unto da malattia, occhio struccato e, come pièce de resistance, bocca ricoperta di afte. Bene, le afte, chiederai tu, che c’entrano con la scarlattina? Nulla! E cosi ho pensato bene di creare un caso da manuale cospargendomi le labbra di disgustose macchiette bianche. Il dottore era quasi imbarazzato nello spiegarmi che non avevano niente a che fare con la malattia, e che si trattava di pura sfiga.  Ma non finisce qui. Ti scrivo dopo una settimana di scarlattina, per l’appunto. Una settimana in cui l’antibiotico super-moderno che mi avevano somministrato (una dose sola, rivoluzionario, cosi non ci si deve più preoccupare di dimenticare le dosi successive! E fa effetto in una settimana) avrebbe dovuto guarirmi. Nel frattempo si scopre che naturalmente io sono resistente all’antibiotico del futuro e che forse, dato che l’infezione si è spostata giù nei polmoni, ho bisogno di una dose rincarata di non uno, bensì due antibiotici tradizionali.  Ma ecco che c’è la ciliegina, che sicuramente ti aspettavi sulla cima della torta.  Le afte vanno via e puf! Come per magia mi giunge inaspettata la congiuntivite.
Torno dal dottore ieri, sempre con la mia solita mascherina. Questa volta la civilissima signorina dell’help desk mi invita a lasciare gentilmente la sala di attesa e ad aspettare il dottore in una stanzetta dedicata ai super-contagiosi.  Sola soletta, mi reco nel mio loculo di solitudine, mentre gli altri pazienti mi seguono con lo sguardo con un’aria tra il preoccupato e il sollevato – menomale, si allontana. Finalmente il dottore arriva e, con la solita aria stupita (ohibo’, una donna adulta con la scarlattina nel 2011, che bizzarria), mi visita. Diagnosi: miglioramenti ma necessità di ulteriori antibiotici, come ti dicevo. Occhio notevolmente arrossato e in piena congiuntivite. Cosa c’entra la congiuntivite con la scarlattina? Assolutamente nulla, ma sono certa che se insisto ancora un po’ posso mettere una crocetta in ordine alfabetico accanto a tutti i mali accessori a cui riesco a pensare. O forse anche sorprendermi con alcuni impensabili.
Sai cosa mi fa veramente arrabbiare? La realizzazione che questa, anzi la scorsa settimana, doveva rappresentare il mio grande debutto in società, come adesso ti racconterò.

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